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martedì 21 Maggio 2024
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Bimbo ucciso, la donna nega ma resta in carcere. Il gip: “Una messa in scena”

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La “messa in scena, la preparazione di una giustificazione ancora prima di commettere il reato” in vista di “qualcosa che stava programmando di fare e che purtroppo ha poi commesso”: per il gip di Perugia non ci sono “dubbi” che sia stata Katalina Erzsebet Bradacs, ungherese di 44 anni, a uccidere il figlio Alex, due anni, venerdì scorso a Pò Bandino di Città della Pieve. Adagiandone poi il corpo (con “molteplici” ferite da taglio che ricoprono “quasi l’ intero torace del bambino”) sul nastro trasportatore di una cassa di un supermercato dove lo aveva portato dopo avergli cambiato la maglietta “intrisa di sangue”.

Un quadro delineato dal giudice nel provvedimento con il quale ha convalidato oggi il fermo della donna disponendo per lei la custodia cautelare in carcere, come chiesto dal sostituto procuratore Manuela Comodi. Anche se Bradacs continua a dirsi innocente con il suo difensore Enrico Renzoni, pur essendosi avvalsa della facoltà di non rispondere con il gip. Un delitto dal movente ancora “inspiegabile” per gli inquirenti. Nella richiesta di convalida del pm si evidenzia tuttavia la “pendenza” in Ungheria di una controversia con il padre del piccolo per il suo affidamento. Circostanza che – sostiene il gip nelle motivazioni – “in ipotesi” avrebbe potuto “indurre nella donna il timore che gli venisse sottratta la custodia”.

“Ha rapito il mio Alex il giorno in cui avrebbe dovuto consegnarmelo perché il tribunale lo aveva affidato a me” ha però sostenuto, con diversi media, il padre del bambino, che vive in Ungheria, e che venerdì sera aveva ricevuto una foto del figlio ferito a morte inviata dalla donna. “E’ scappata in Italia e lo ha ucciso e poi ha confessato di averlo ammazzato in un messaggio a un amico”, ha aggiunto sostenendo che “la madre aveva anche minacciato di dargli fuoco”.

Dall’indagine dei carabinieri emerge che a chi le aveva dato ospitalità a Chiusi la donna aveva chiesto di poter rimanere un giorno in più perché “doveva proteggere suo figlio dal pericolo che costituiva un suo compagno”. Da un controllo a carico della donna il giorno precedente all’ omicidio è emerso – si legge ancora nel provvedimento – che questa aveva precedenti per estorsione, sfruttamento della prostituzione e ricettazione ed era pendente la segnalazione di persona irreperibile da parte di una casa famiglia che l’ aveva ospitata con il figlio. Aveva inoltre giustificato il possesso di un coltello poi sequestrato come “difesa personale” perché era “spaventata dalla numerosa presenza di immigrati pericolosi”, che “violentano le donne e ammazzano i bambini”.

“Quasi anticipando – sostiene il gip – quello che il giorno dopo avrebbe detto essere accaduto a suo figlio”. Un alibi però secondo il giudice del quale avrebbe fatto parte anche una ferita a un suo braccio che la donna si sarebbe procurata, “una messa in scena”, una lesione che “verosimilmente lei stessa si è provocata con la stessa arma usata per l’ omicidio”. Nel provvedimento di fermo si sottolinea poi che gli elementi
raccolti durante le indagini “confermano” che la donna è sempre stata “da sola” con il figlio “nei momenti precedenti e immediatamente successivi all’ omicidio”. (ANSA)

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